La casa rossa

Negli ultimi mesi del 1939 i servizi didattici della Scuola Agraria furono trasferiti in paese, sia per sanare il bilancio, sia in via d’esperimento per avvicinare le famiglie alla scuola con probabilità di una maggiore frequenza. Le attività dell’azienda agraria annessa alla scuola continuarono ad essere svolte in campagna, mentre i locali della Scuola rimasero abbandonati.
A partire dal luglio del 1940, per effetto della mobilitazione civile conseguente all’entrata in guerra dell’Italia, questi locali abbandonati di Casa Rossa furono requisiti dal Ministero dell’Interno per impiantarvi il più longevo campo di concentramento di polizia italiano.
Secondo le autorità fasciste, la Casa Rossa si prestava a questa nuova destinazione d’uso perché era isolata, facilmente vigilabile e lontana dai fronti di operazioni militari.
Qui furono deportati cittadine e cittadini di tutta Europa, ma anche di altri continenti, in successione, tra il 1940 e il 1949, in tre stagioni distinte.

Tra il 1940 e il 1943, durante il fascismo di guerra, arrivarono in catene sudditi inglesi, tra cui indiani hindu, irlandesi e maltesi, poi ebrei tedeschi, polacchi, ex cecoslovacchi e apolidi, italiani politicamente pericolosi, ebrei italiani renitenti alla precettazione civile a scopo di lavoro, altri ebrei divenuti antifascisti per il Regime solo perché avevano contestato la legislazione persecutoria antiebraica italiana, ebrei croati in fuga dai campi di concentramento diretti dagli ustaŝa, ex jugoslavi dei territori annessi all’Italia sottoposti a violente misure di italianizzazione forzata, compreso l’incendio di villaggi e la fucilazione dei nuclei familiari a cui appartenevano i partigiani serbi e sloveni di Tito.
Tra gli internati inglesi, si ricorda il commediografo Arthur Spurle, storico del grande teatro napoletano. Tra gli ebrei tedeschi c’erano numerosi pittori e musicisti, che lasciarono ad Alberobello chine, tempere, disegni, spartiti musicali.Tra gli ebrei anche molti architetti, ingegneri e medici che prestarono la propria opera professionale solo in cambio di cibo per combattere la fame o di indumenti per sopportare il freddo. Alcuni, ebrei e non, all’atto dell’Armistizio furono trasferiti nel Lazio e, successivamente, da qui deportati nei lager nazisti, grazie alla zelante collaborazione della polizia fascista con gli occupanti tedeschi.

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